Deindustrializzazione, lavoro operaio e lotta di classe: appunti per uno studio scientifico contro luoghi comuni e citazioni improprie

“Gli operai non esistono più”, “La fabbrica e la manifattura sono sparite”, “Siamo di fronte ad un processo di deindustrializzazione dell’economia europea”: dietro questi apparentemente innocui luoghi comuni si nasconde la vittoria culturale della borghesia, molto abile a inoculare disfattismo e falsi miti. A costruire una falsa coscienza appunto.

Ma non è solo la cultura dominante ad agire: le periferie delle nostre città sono piene di fabbriche e officine abbandonate e deserte, negli uffici comunali vengono presentati progetti di riconversione di aree industriali abbandonate. Al posto delle fabbriche, in alcuni casi, vediamo sorgere centri commerciali, musei, centri fitness; nella maggior parte dei casi erbacce e degrado la fanno da padroni.

Invece la verità è ben altra e sono gli stessi strumenti della borghesia a fornirci i dati reali relativi alla struttura produttiva europea, italiana in particolare, e alle caratteristiche della forza – lavoro.

Concentreremo questo articolo sullo smascheramento dei luoghi comuni che permeano il dibattito politico attuale e, soprattutto, influenzano l’orientamento culturale e la disposizione d’animo dei lavoratori italiani.

A questo punto è necessario spendere alcune parole sulla natura della crisi e chiamare le cose con il loro nome, come stiamo cercando di fare appunto con questo articolo e su questa rivista.

I lettori più attenti e ed esperti ci perdoneranno questa scolastica ma necessaria digressione teorica.

In primo luogo dobbiamo scalzare l’opinione, ormai comune dopo il crollo dei paesi del socialismo reale, secondo la quale l’attuale modo di produzione basato sull’accumulazione capitalistica coincida tout court con l’Economia, ovvero sia l’unico modo di produzione possibile e/o sostenibile.  Se per Economia o Sistema Economico intendiamo quell’insieme di attività che regolano l’utilizzo delle risorse per il soddisfacimento di bisogni e per la riproduzione degli individui, il modo di produzione basato sul capitale con lo scopo del profitto è, appunto, solo uno dei modi con cui si organizza un sistema economico.

Questa precisazione non è fine a se stessa, ma induce a ragionare non solo, e non principalmente, sul lato della distribuzione o redistribuzione della ricchezza prodotta, ma a partire proprio dai modi della produzione della ricchezza stessa.

Il modo di produzione basato sul capitale, ovvero il sistema capitalistico, pur presentando forme storiche di sviluppo diverse, è essenzialmente produzione di profitto, inteso come differenza tra l’investimento iniziale e quanto realizzato al termine del ciclo di produzione e circolazione della merce. Ma il profitto, come sappiamo da Marx, origina all’interno del processo di produzione, dalla capacità della forza – lavoro di produrre più valore di quanto gli è necessario per riprodursi e che viene monetizzato nel salario corrisposto al lavoratore: il profitto è costituito, quindi, dal Plusvalore non retribuito. Per questo possiamo dire che il modo di produzione basato sul capitale e finalizzato alla generazione di profitto è caratterizzato da un lato dalla socializzazione della produzione e dall’altro latodall’appropriazione privata del plusvalore prodotto dai salariati.

L’obbiettivo del Capitale è, quindi, quello di estrarre quanto più plusvalore possibile dal lavoratore.

In secondo luogo, per comprendere i meccanismi del modo di produzione capitalistico nella fase attuale è imprescindibile fare riferimento alla legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto. Ad ogni ciclo di accumulazione[1], la quota di capitale costante aumenta rispetto alla quota di capitale variabile, con una conseguente diminuzione relativa del plusvalore estratto e del saggio di profitto prodotto. Trattandosi di un rapporto relativo, la massa di profitto può anche aumentare in presenza di una diminuzione del saggio di profitto, ma ciò non deve trarre in inganno.

La crisi attuale è descritta classicamente come di sovrapproduzione di merci, ma ci ricorda Marx che sovrapproduzione di merci e sovrapproduzione di capitale sono in realtà “… il medesimo fenomeno. In che consiste la bella distinzione tra sovrabbondanza di capitale e sovrapproduzione di merci? I produttori non si contrappongono come semplici possessori di merci, ma come capitalisti. Sovrapproduzione di capitale, non di singole merci, è perciò semplicemente sovraccumulazione di capitale, una sovrapproduzione che non colpisce l’una o l’altra, o solo alcune importanti sfere della produzione, ma diviene assoluta nella sua portata, in quanto si estende a tutti i rami della produzione”.

Una sovraccumulazione di capitale, cioè, incapace di essere adeguatamente valorizzata per realizzare profitto.

Il sistema capitalistico andrebbe incontro al blocco dell’accumulazione, se non intervenissero i fattori di freno alla caduta tendenziale del saggio di profitto, fattori riconducibili o alla riduzione della quota di capitale costante sul totale del capitale o all’aumento del plusvalore.

Quali sono questi fattori frenanti, ovvero le cause antagoniste come le definisce Marx[2]?

Aumento del grado di sfruttamento del lavoro;
riduzione del salario al di sotto del suo valore (valore della forza lavorativa);
diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante;
sovrappopolazione relativa (che consente di tenere bassi i salari e disporre di una riserva di forza lavoro).
il commercio estero;
l’aumento del capitale azionario.
Sul punto 4. vale la pena spendere due parole. Il modo di produzione capitalistico, per la sua stessa sopravvivenza, come abbiamo visto, produce un esercito industriale di riserva in due modi: attraverso delocalizzazioni e nuovi investimenti nei paesi della periferia del sistema e attraverso le migrazioni di lavoratori dalla periferia al centro del sistema capitalistico. Appare evidente che concentrarsi solo su questo secondo aspetto, relativo alla creazione dell’esercito industriale di riserva, purtroppo di moda tra “comunisti” di facciata e fascisti, è alquanto fuorviante e non in linea con una corretta analisi marxista- leninista.

Quanto fin qui detto, purtroppo sinteticamente e rimandando ad altri una completa trattazione delle caratteristiche puntuali degli attuali aspetti del modo di produzione capitalistico, porta con sé la necessità del superamento del sistema di produzione capitalistico e, attraverso una spietata analisi circa le cause delle sconfitte delle prime esperienze storiche legate ai modi di produzione socialista, connotate dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, delineare un nuovo modello di produzione e di società. Non solo delineare, ma costruire.

E qui veniamo alle note dolenti. Come? Con chi se “gli operai non esistono più?”

Per provare quanto questa affermazione sia falsa potrebbe essere sufficiente dire che in realtà nel mondo la classe operaia è in crescita: i lavoratori salariati rappresentano il 45% dell’intera popolazione mondiale, pari a 2,8 miliardi di lavoratori e lavoratrici.

Ma vogliamo essere puntigliosi e verificare la situazione nel contesto italiano.

Nel 2014 è uscito un lavoro di grande importanza: “Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi” dei Clash City Workers (d’ora in avanti abbreviati in CCW). Il libro è stato presentato in molte occasioni, comprese sedi cosiddette comuniste, ma a quanto pare gli organizzatori erano più interessati alle passerelle che ne potevano derivare, che non al contenuto del prezioso lavoro svolto da questi collettivi.

Questo lavoro parte da un’attenta analisi della struttura produttiva italiana attuale, con dati aggiornati al 2011 e comparati a quelli del 1971, periodo di maggiore espansione del settore manifatturiero. Le fonti del lavoro dei CCW sono state non solo i dati Istat e Ocse, ma fondamentali si sono rivelati gli studi di istituti “borghesi”, quali il Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, a dimostrazione che la borghesia ha bisogno di conoscere bene il proprio nemico di classe.

Nel 1971 dunque il PIL italiano è composto dall’ 8,39% in agricoltura, dal 29,44% nell’industria, dall’ 8,85% nelle costruzioni e dal 53,35% nei servizi.

Nel 2011, 40 anni dopo, il PIL italiano invece è composto dal 2 % in agricoltura, dal 18,60 % nell’industria, dal 6% nelle costruzioni, dal 73,4% nei servizi.

Ma la deindustrializzazione che sembra emergere da questi dati è reale? Per rispondere a questa domanda i CCW utilizzano, tra gli altri, un importante studio del Servizio Studi di Intesa San Paolo intitolato “La terziarizzazione dell’economia europea: è vera deindustrializzazione?”. Tale studio “spacchetta” i Servizi, andando ad analizzare che cosa si nasconde dietro questa variegata etichetta, in particolare distinguendo tra servizi non connessi all’industria e servizi connessi all’industria (comunicazioni, ricerca e sviluppo, informatica, trasporti e logistica, attività legali, contabilità e consulenza commerciale, fiscale e societaria, studi di mercato, sondaggi di opinione, servizi di pulizia, pubblicità, architettura e ingegneria). Ed è il peso di questa tipologia di servizi che è cresciuto in modo non trascurabile, non solo in Italia, ma in tutte le economie avanzate.

Sempre secondo il Servizio Studi di Intesa Sanpaolo, negli ultimi 40 anni vi è stata una “modificazione dei rapporti di interdipendenza e integrazione fra industria e servizi ovvero con la crescente utilizzazione di attività classificate come servizi ma integrate nel processo produttivo dell’industria … l’aumento del peso dei servizi nell’economia è pertanto spiegato in parte dal crescente legame fra industria e servizi”.

In sintesi, si ribadisce che il terziario che è cresciuto non è quello del turismo o della distribuzione, ma quello più strettamente legato alla manifattura.

La crescita dei servizi legati all’industria manifatturiera è avvenuta non solo perché sono stati esternalizzati molti servizi che prima erano gestiti direttamente e internamente alle imprese (pulizia, guardiania, logistica) ma soprattutto perché sono state esternalizzate anche fasi organicamente interne allo stesso processo di produzione, come ad esempio la movimentazione interna fra i reparti di uno stabilimento.

Al tempo stesso, nelle economie avanzate, la lavorazione ad alto contenuto tecnologico ha favorito da un lato la crescita dei servizi legati alla ICT e alla R&S, dall’altro gli studi per pianificare e delocalizzare la produzione a più bassa intensità tecnologica sono incrementati, per non parlare dei servizi di trasporto e movimentazione merci.

Ben lungi, quindi, dal considerare il manifatturiero italiano ed europeo in via d’estinzione, siamo di fronte non certo ad una terziarizzazione dell’economia, e nemmeno ad una terziarizzazione dell’industria manifatturiera, bensì ad una diversa e più articolata organizzazione della produzione manifatturiera.

Da analizzare sono anche i fenomeni di “reshoring”, ovvero di “rilocalizzazione”: la compressione dei salari e la riduzione dei diritti dei lavoratori negli Stati Uniti ma anche nell’Unione Europea, seppure ancora in misura minore, e l’aumento della conflittualità di classe nei paesi emergenti “favoriti” dalle delocalizzazioni iniziano a rendere più profittevole reinvestire nei paesi dai quali si era delocalizzato.

Se non è sparita l’industria, quindi, tantomeno può essere sparito l’operaio.

Alcuni dati nel dettaglio:

Popolazione italiana al 2011: 59.433.744

Bambini: 3.869.088

Studenti: 7.266.247

Studenti universitari: 1.751.192

Disoccupati: 5.000.000

Lavoratori: 22.967.000

Pensionati: 16.668.585

Mancano i “lavoratori in nero” e gli “inattivi”, fra i quali possiamo stimare qualche decina di migliaia di persone, titolari di società e azioni, redditieri, etc. che risultano formalmente inattivi, ma che si situano al vertice della piramide sociale e assorbono una quota significativa di ricchezza nazionale.

Torniamo ai lavoratori: dei circa 23 milioni di lavoratori, 5.727.000 sono lavoratori indipendenti e 17.240.000 lavoratori dipendenti. Fra i lavoratori indipendenti possiamo individuare una quota significativa, pari quasi ad un terzo, di lavoratori parasubordinati.

Tra i lavoratori dipendenti ben 14.000.000 sono impiegati nel settore privato, 3.240.000 in quello pubblico, con differenze di condizioni di lavoro e di stipendio che vanno assottigliandosi verso il basso man mano che anche il settore pubblico viene aggredito dalla logica speculativa del capitale. Capitale che subentra allo Stato nella gestione di servizi fondamentali quali la sanità, la scuola, l’assistenza e previdenza sociale, i trasporti

Più del 10% del lavoro dipendente è composto da stranieri: su oltre 4 milioni di stranieri, compresi bambini, studenti e anziani, più della metà, 2.400.000, ha un lavoro regolare, e la maggior parte di questi, circa 1.800.000, sono lavoratori dipendenti.

Negli anni settanta gli operai erano circa 7,5 milioni su una popolazione di 54 milioni di italiani, con 6 milioni di ultrasessantacinquenni (11%). Nel 2011 la popolazione italiana è pari quasi a 60 milioni, con 12 milioni di persone oltre i 65 anni di età (circa il 20%), sulla base del settore in cui sono impiegati si contano 3,5 milioni di operai. Se invece prendiamo le mansioni classificate come “operaie” dalla stessa Istat gli operai salgono a circa 6 milioni (dati del censimento industria e servizi 2011 Istat). Abbiamo, dunque, visto come prendere in considerazione solo il settore di attività sia fuorviante, mentre incrociando i dati con le mansioni, ossia con ciò che materialmente si fa, otteniamo un dato reale decisamente diverso.

Più che ad una trascurabile contrazione del dato assoluto di appartenenti alla classe operaia, ci troviamo in primo luogo una sua frammentazione fisica; in secondo luogo ad una tendenziale assimilazione culturale al pensiero unico dominante ed infine, ma non in ordine di importanza ad una sua emarginazione sociale e politica.  Il tramonto della grande fabbrica e la moltiplicazione dei luoghi di lavoro, accentuata in Italia dal famigerato nano-capitalismo, con una disseminazione dei siti nei quali si svolgono le fasi produttive o i servizi esternalizzati, di fatto rendono poco identificabile il lavoratore dipendente e ancora meno aggregabile secondo strumenti di lotta e moduli organizzativi, sindacali e politici, già sperimentati.

Ma anche nel nano – capitalismo italiano la maggior parte dei dipendenti è impiegata in aziende con più di 20 dipendenti, nel mentre, per effetto della crisi, proseguono i fenomeni di concentrazione di capitali nelle aziende di più grandi dimensioni.

E’ un fatto che, nonostante la crisi (la peggiore dall’Unità d’Italia ad oggi, almeno dal punto di vista della distruzione della capacità produttiva se si esclude il secondo dopoguerra),  nonostante la mancanza tanto di una politica industriale quanto di interventi specifici di rilocalizzazione, a fronte dei costanti processi di delocalizzazione, il nostro Paese sia ancora nel 2014 la seconda potenza manifatturiera d’Europa, subito dopo la Germania.

Vogliamo quindi avviare anche con questo scritto un lavoro di analisi generale serio e scrupoloso, che non può non scaturire da puntuali e veri percorsi di inchieste operaie, lontane dalle mistificazioni dei social e da spunti propagandistici e semplicistici.

Per questo scopo mettiamo a disposizione della classe operaia la nostra rivista.

 

Barbara Mangiapane,

Presidente Associazione Critica Proletaria


[1] Karl Marx “ll capitale”, Libro I, capitolo XXIII

[2] Karl Marx “Il Capitale” Libro III, capitolo XIV.